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GIOVANNI BOLDINI: IL PITTORE MONDANO

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, l’Europa sembrava attraversare il suo periodo più fulgido e grandioso: un’età gaudente dove l’espansione economica correva, di pari passo, con il ritmo frenetico dello sviluppo della tecnica, degli stili e dei gusti artistici.

La parola d’ordine del momento era novità. Una smania del nuovo in quanto nuovo, una pretesa sterile e assurda, che, oltre ad alimentare la vendita di prodotti moderni, finì con l’intensificare i cambiamenti in campo filosofico ed artistico sotto l’egida imperante di una moda capricciosa e volubile. Parigi fu il cuore pulsante di questa corsa in avanti che la società del tempo stava compiendo: la ville lumière con i suoi teatri, i suoi bistrot, i suoi caffè e le sue luci risplendenti, incarnava il simbolo di quest’epoca mondana e febbrilmente gioiosa. Un’euforia collettiva, una fantasmagorica parabola di nuovi fenomeni di costume: dalle esposizioni universali ai grandi magazzini, dalle vacanze al mare alle gare sportive, dalle corse automobilistiche ai voli in aeroplano.

Il tempo pareva scandito da una concezione eraclitea dove a prevalere era il momento sulla durata e sulla stabilità: la realtà non è un essere ma un divenire, non uno stato, ma un evento.

In questa Parigi spumeggiante, sensuale, frivola e gaudente giunse, nel 1871, Giovanni Boldini, uno sconosciuto ferrarese pronto a conquistare la città, riscattandosi da una sorte che lo aveva defraudato, alla nascita, di fascino, altezza e ricchezza.

Italiano di Ferrara, dove nacque il 31 dicembre 1832, e profondamente legato alla tradizione pittorica del suo paese, si tuffò nella scalpitante modernità parigina per divenire il pentre mondain per eccellenza, il più parisien fra i tanti italiani che emigrarono a Parigi in quegli stessi anni.

Piscia quadri quasi ridendo”, diceva di lui Diego Martelli, sottolineando l’approvazione che il little italian riscuoteva: paesaggi della Senna, vie e carrozze di Parigi, cavalli bianchi impennati o neri e furenti, ma soprattutto ritratti, ritratti di colleghi pittori, di musicisti, di politici e di donne, contesse, attrici o amanti.

Le donne, protagoniste indiscusse della Belle Époque, trovarono in Boldini un interprete d’eccezione, capace di raccontare questa nuova femminilità ritrovata fatta di giochi di seduzione e di ambiguità, di vita pubblica e di vita privata dai risvolti torbidi e delittuosi.

“La donna è senza dubbio una luce, uno sguardo, un invito alla felicità, e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un’armonia generale, non solo nel gesto e nell’armonia delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità.” Così Charles Baudelaire decantava, nel 1863, l’essenza della femminilità moderna, parole che paiono anticipare le altere e bellissime donne di Boldini.

Donne che si pettinano, donne alla toeletta, che danzano o si adagiano su morbidi cuscini; donne dai seni piccoli e dalla vita strizzata in rigidi bustini di stecche di balena; donne in abiti vaporosi di chiffon che trascorrono le loro esistenze dorate fra i suoni e i divertimenti di una società fatta, per la prima volta, a loro immagine e somiglianza.

Con una pittura veloce, teatrale e brillante, Boldini immortalò i nomi più in vista dell’high society: dalla duchessa di Malborough alla cilena Emiliana Concha de Ossa, consorte del banchiere Arthur Veil-Picard; dalla contessa Gabrielle de Rasty, che rubò il cuore dell’artista, alla rapace e trasgressiva Marchesa Casati Stampa.

Femmine sensuali e seducenti, belle fra le belle alle quali Boldini non esitava a rifinire i fianchi, assottigliare i colli, tornire gli zigomi e gonfiare le labbra, attento a lusingare la vanità di queste gentili signore. Bravissimo, ma altrettanto furbo, il ferrarese aveva infatti ben compreso che un ritocco al naso e un seno in trasparenza, mescolati con un quintale di cipria e di bistro, erano gli ingredienti ideali per assicurarsi l’amore delle sue donne e quello dei loro portafogli.

Nella sua casa-atelier in Boulevard Berthier si accalcavano ricche dame ma anche uomini illustri, entrambi smaniosi di possedere un ritratto firmato Boldini.

In una società che aveva eletto l’apparenza a simbolo di potere e di affermazione, titolati vanesi e vanagloriosi borghesi erano disposti ad esibirsi nelle pose più inusuali davanti al cavalletto di Boldini, pur di regalare alla tela il fascino di una realtà alla moda.

Lo straordinario successo di Boldini come ritrattista fu merito anche del suo stile inconfondibile, consono al gusto glamour del tempo, ma carico di una personalissima intuizione pittorica che, nelle sferzate vibranti di luce e di colore, seppe anticipare di mezzo secolo l’informale europeo. La sua sprezzante facilità pittorica, l’aggressività dirompente dei suoi personaggi, la sua eccitazione continua, fecero di Boldini un caso unico, almeno fra gli italiani suoi contemporanei.

La sua pittura trasuda bravura e volgarità: un prodigio tecnico che, volutamente, non tocca mai il cuore.

Tra Boldini e i suoi soggetti vi è sempre una decisa e netta distanza sentimentale: quella società che lo volle e lo fece grande, venne sapientemente usata e sottilmente denigrata attraverso le abili setole del suo pennello.

“Boldini è stato il pittore della sua epoca, dipingeva le donne coi nervi a pezzi, affaticate da questo secolo tormentato. Le sue prostitute amoreggianti, attorcigliate in guaine di seta dalle increspature fosforescenti, dai corsetti infiorettati, le gambe impazzite, epilettiche, le braccia allungate, terminanti con mani frangiate come l’uva – queste visioni folgoranti e zigzaganti come emanazioni di calore, tutti questi brividi, questi tremori, queste contrazioni, sono in sintonia con quest’epoca di nevrosi.”

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